Non è SMART working

ferdinandodeblasio

ferdinandodeblasio

Specialista in comunicazione, copywriter, docente e divulgatore, ho una laurea in Giurisprudenza ma non so come si usa.
cos'è smart working

Dall’inizio della quarantena si sono moltiplicati i contenuti (post, foto, video, dipinti olio su tela) di persone inneggianti al cosiddetto smart working. Peccato che:

“La metà di voi lo conosce solo a metà e meno della metà di voi gli dedica metà della considerazione che merita”. (Semi-cit. Bilbo Baggins).

E, in definitiva, in Italia abbiamo ancora le idee un po’ confuse di cosa voglia dire davvero smart working. Dopotutto, il nostro è un paese che si entusiasma in fretta davanti alle novità d’oltreoceano e alle “mode” straniere, ma che non è mai veramente disposto a cambiare per adottarle, e preferisce piuttosto adattare le mode a sé.

Per carità – niente di male: basta evitare di prendersi in giro. In un paese dove l’espressione timbrare il cartellino è ancora perfettamente integrata nel linguaggio comune (anche nei suoi usi metaforici), dove per molte realtà aziendali le ore di permanenza in ufficio sono ancora un metro di valutazione della produttività, non c’è da stupirsi che il cambiamento sia stato molto poco smart.

Perché lo smart working non è una tecnica: è uno stato mentale.

Cosa significa SMART

Sapevi che la parola S.M.A.R.T. è un acronimo con funzione mnemonica? Si tratta di una parola di senso compiuto, quindi facile da ricordare, le cui lettere sono a loro volta le iniziali di altre parole. In questo caso:

  • Specific
  • Measurable
  • Assignable
  • Realistic
  • Time-related

La parola contiene in sé l’essenza del suo funzionamento.

L’acronimo non è nemmeno così nuovo come si potrebbe pensare: è nato nel 1981 ad opera di George Doran, che ha fissato i parametri del concetto di SMART in un documento intitolato There’s a S.M.A.R.T. way to write management’s goals and objectives, in cui affrontava il tema dell’importanza di fissare degli obiettivi (e di quanto fosse difficile farlo).

In particolare, gli obiettivi devono essere:

Sufficientemente specifici, altrimenti sarebbe pressoché impossibile individuarli e fissarli.

Misurabili, altrimenti sarebbe difficile determinare se sono stati raggiunti o meno.

Assegnabili, perché assegnare un compito a tutti significa non assegnarlo a nessuno.

Realistici (ovvio, se no sono sogni, non obiettivi).

Time-related, ovvero circoscritti nel tempo, perché l’animo umano è naturalmente incline alla procrastinazione.

Quello che chiamiamo smart working è dunque una modalità di lavoro per obiettivi, meglio ancora una forma mentis, che non è per questo legata a un luogo specifico – nemmeno alla propria casa.

Per questo si parla moltissimo di smart working adesso che gli uffici sono momentaneamente non raggiungibili, ma occorre fare le opportune distinzioni tra ciò che è smart working e ciò che non lo è.

Cosa non è lo smart working

Quello che molti stanno sbandierando sui social non è smart working: hanno semplicemente portato a casa quello che facevano in ufficio. Più che di smart-work dunque, bisognerebbe forse parlare di home-work (e qui mi fermo perché una parentesi su un’eventuale smart education sarebbe davvero troppo sforzo per la mia modesta intelligenza).

Non è S.M.A.R.T. working se la routine lavorativa – luogo a parte – resta invariata, se il lavoro continua ad essere focalizzato sul quando invece che sul quanto e sul cosa.

Altrimenti si parla di telelavoro o lavoro da remoto, che è praticamente una piaga sociale, perché libera le aziende dal costo e dalla responsabilità di tenere gli impiegati in ufficio, ma non libera i lavoratori dagli schemi e dalle dinamiche paleo-aziendali.

Lo smart working non è nemmeno una forma di work-life balance o di welfare aziendale: per quello ci sono altri strumenti, altri tempi e soprattutto altri scopi.

Cos’è lo smart working

Una volta tanto, sono le fonti governative ad essere maggiormente sul pezzo, dimostrando di aver compreso il significato dello smart working meglio di tante imprese.

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, infatti, definisce lo smart working

“una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività”.

Ecco fatto. Per fare davvero smart working non basta portarsi a casa il computer, spostare le riunioni online e riempire quaderni di frasi motivazionali: bisogna invece liberarsi da una lunga serie di preconcetti, schemi, abitudini e modus operandi. Bisogna cambiare.

Lo smart working come atto di fiducia

Il cambiamento però deve avvenire innanzitutto in cima alla piramide, con una revisione profonda del concetto di leadership: non è pensabile un approccio allo smart working se manca la fiducia nei confronti di chi lavora.

Ancora una volta, siamo al cospetto di una visione antiquata, che postula che, se non strettamente controllato, il lavoratore tenda a oziare.

Premesso che, se accade, questo dovrebbe aprire interrogativi più profondi, il problema in realtà non si pone: con lo smart working la misura del rendimento passa da essere centrata sul tempo ad essere centrata sul raggiungimento degli obiettivi.

Spoiler: un cattivo professionista rimane cattivo anche se lo tieni chiuso 8 ore in ufficio. Eppure sono ancora troppe le aziende che guardano con sospetto il dipendente che va a casa puntuale all’orario stabilito, senza sforare, nonostante abbia finito tutto quello che aveva da fare.

Con questo modo di ragionare, non solo non ci si avvicina allo smart working vero e proprio, ma si svilisce il concetto di lavoro in quanto tale.

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3 risposte su “Non è SMART working”

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