L’arte di chiedere

persona con mano alzata che chiede

“Basta chiedere”.

Le parole sono importanti perché plasmano la nostra percezione del mondo e influenzano il modo in cui ci relazioniamo con esso.

Non stupisce quindi che i torinesi, maestri nell’arte del non disturbare, abbiano coniato un’espressione specifica: non mi oso. Tralasciando gli aspetti grammaticali, la trovo emblematica, tanto che ci sarebbe probabilmente spazio per dissertazioni semiotiche e antropologiche, che travalicano però lo scopo di questo post (e le mie competenze).

Quello che qui mi interessa è il concetto alla base dell’espressione: una sorta di affettato pudore che ci frena dal fare qualcosa di cui avremmo, invece, un certo bisogno.

“Hai chiesto a Monica di prestarti il vestito per la festa?”
“Non mi oso!”

“Già che ci sei perché non chiedi al Prof. di farti da relatore?”
“Sembra impegnato, adesso non mi oso”.

“Vieni in vacanza con noi quest’anno?”
“Ma no dai, non mi oso”.

Certo, non si tratta di una vera e propria invenzione. I torinesi vantano semplicemente il primato di aver codificato in un’espressione idiomatica un sentimento in realtà diffuso a più livelli, in tutto il paese: la difficoltà, il disagio nel chiedere.

Abbiamo disimparato a chiedere?

L’impressione che ho è che abbiamo disimparato a chiedere. Eppure, chiedere è un gesto antichissimo: è probabilmente quello che ha permesso alle prime comunità del genere homo di sopravvivere prima e di primeggiare poi, consentendo la condivisione delle risorse e quindi la specializzazione all’interno di un gruppo di individui.

Chiedere ha da sempre anche un valore rituale: il rapporto uomo-dio è caratterizzato dal binomio richiesta-concessione.

Cosa è successo allora? Perché abbiamo disimparato a chiedere?

La premessa importante è che abbiamo forse scordato come chiedere, ma sappiamo ancora benissimo come pretendere: lavoro, spendo, pretendo. Abbiamo relegato i nostri bisogni nella sfera del dovuto, dimenticando quella del concesso.

Sorpresa: non tutte le cose però possono rientrare nella sfera del dovuto. Molte, spesso le più importanti, stanno in quell’altra. E per accedervi si può fare una cosa sola: chiedere.

La richiesta come strumento di marketing: la CTA

Lo sa bene chi si occupa di marketing: non a caso, una delle parti oggetto del maggior numero di test on- e off-line è proprio la CTA, acronimo di Call To Action, cioè la richiesta rivolta all’utente di compiere un’azione specifica, che dipende solo e soltanto da una scelta dell’utente stesso – vale a dire, da una sua concessione.

La CTA giusta, e in generale la richiesta giusta, nella maggior parte dei casi fa la differenza in termini di conversione (leggi: concessione).

Una panoramica dei requisiti di una Call To Action efficace non è l’obiettivo di questo post. Quello che conta è invece il corollario che possiamo ricavare: contrariamente a quello che si può pensare, le persone sono generalmente ben disposte ad accontentarsi a vicenda, facendosi reciproche concessioni.

Il fattore scatenante di questo meccanismo virtuoso è, oggi come centinaia di migliaia di anni fa, la richiesta. Si tratta di un meccanismo ben radicato all’interno dell’umanità, che ci ha portato al punto in cui siamo oggi: non basta certo un decennio di rivoluzione digitale, per quanto penetrante, a disinnescarlo.

Basta chiedere

Non è necessario essere esperti di marketing per iniziare a beneficiare di questo meccanismo. Ecco un esempio, vissuto in prima persona, di come l’arte di chiedere possa essere applicata nei contesti più disparati.

Qualche settimana fa, in pieno lock-down, mentre lavoravo in smart working ho ordinato un pranzo da asporto attraverso una delle tante piattaforme di delivery.

Il rider è stato veloce e gentile. Al momento di salutarci (n.d.a di solito lascio qualche euro di mancia perché conosco le condizioni in cui lavorano), a porta ormai quasi chiusa, mi dice: “posso chiederti ancora un favore? Mi puoi lasciare un feedback positivo sull’app? Per me è importante”.

La cosa curiosa è che prima di allora non mi ero mai curato di questo aspetto. Ma da quella volta non ho più tralasciato di comunicare il mio feedback.

A volte i clienti soddisfatti semplicemente non sanno cosa possono fare per noi, pur avendone tutta l’intenzione: questo grande potenziale comunicativo, se non sfruttato al momento giusto si disperde nel nulla.

Una richiesta chiara in questo senso (un like alla pagina, invitare un amico, lasciare una recensione ecc.) perciò può davvero fare la differenza.

Basta chiedere.

Ferdinando de Blasio di Palizzi - Copywriter
ferdinandodeblasio
Specialista in comunicazione, copywriter, docente e divulgatore, ho una laurea in Giurisprudenza ma non so come si usa.

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